Anche l’osservatore più pigro e distratto della discussione sulla cosa pubblica non può ignorare quelli che possono essere ben definiti i “tormentoni” del dibattito politico: proclami, spot ripetuti in modo incessante dai rappresentanti del ceto politico e riportati con ossessività dalle testate giornalistiche.
Un giorno sì e l’altro pure gli eccentrici ministri di questo governo si lagnano degli sprechi nella pubblica amministrazione, non ci risparmiano invettive velenose contro intere categorie di lavoratori pubblici, lanciano ambiziosissimi progetti di razionalizzazione capaci di far emergere finalmente questo paese da decenni bui di burocratismo e spreconeria paralizzanti.
Il governo strilla i suoi spot. Il paese attende, attende anche solo un assaggio di questa promessa “mazzata” agli sprechi nella P.A.
Per una volta però,invece di correr dietro ai titoli dei giornali e alle parole di premi nobel mancati per amore della politica, proviamo a dare uno sguardo più approfondito ad una questione che a ben vedere costituisce un vero e proprio pozzo senza fondo in cui precipitano somme di denaro pubblico in quantità non irrilevante: l’impiego dell’istituto dell’arbitrato nelle controversie in cui è parte la pubblica amministrazione, dunque noi tutti.

Per chi non avesse familiarità con la terminologia giuridica occorre rispondere ad un interrogativo preliminare: cos’è un arbitrato? Quali sono i vantaggi e quali gli svantaggi che ne derivano?
L’arbitrato è un istituto giuridico che consente, su accordo delle parti interessate, di sottoporre ad uno o più soggetti privati anziché al giudice ordinario una controversia già insorta o futura( è frequente la pratica di inserire clausole in contratti, dette compromissorie, in cui si concorda che ogni lite che dovesse sorgere dall’applicazione di quel contratto dovrà esser decisa da arbitri e non dal giudice). Nello schema più in uso le due parti nominano un arbitro per ciascuna, e i due nominati si accordano sul nome del terzo arbitro.
L’utilità che può derivarne è quella di evitare i lunghi tempi processuali che caratterizzano i nostri tribunali. L’”effetto collaterale” consiste nei costi altissimi da sopportare, i compensi degli arbitri infatti sono spesso astronomici.
Uno sguardo sull’impiego dell’arbitrato nelle controversie in cui è parte la pubblica amministrazione, in particolare le liti sugli appalti pubblici tra stazione appaltante (parte pubblica) e impresa appaltatrice (parte privata), ci offre una prospettiva per certi versi incredibile, senza dubbio allarmante.
Due sono i punti su cui vale la pena soffermarsi e che emergono con chiarezza dalla relazione annuale dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture del 2010:
– i costi dell’arbitrato sono altissimi, si va dai 2.933.048,47 euro spesi dall’amministrazione per i compensi esorbitanti dei collegi arbitrali, ai 475.869.668,44 euro, somma che riassume tutte le condanne delle stazioni appaltanti, dunque comprensiva di compensi degli arbitri (e più in generale le spese per il funzionamento del collegio), condanna nel merito, spese per consulenze tecniche etc.
– Ma tali enormi cifre si spiegano alla luce di un altro dato essenziale: l’amministrazione pubblica soccombe nei giudizi arbitrali il 99,98 % delle volte, cioè secondo i giudizi degli arbitri il soggetto pubblico ha sempre torto, l’imprenditore privato sempre ragione (con conseguente condanna al pagamento delle spese di funzionamento del collegio a carico del soccombente ovviamente)…circostanza piuttosto singolare.
In sostanza l’arbitrato viene a diventare una corsia preferenziale per la soluzione di controversie tra imprese private appaltatrici ed enti pubblici appaltanti il cui sbocco naturale, praticamente scontato, è la condanna del pubblico, che si accolla (meglio:ci accolliamo) oltre alla condanna nel merito anche l’onere di pagare i compensi degli arbitri: diretta conseguenza di tale dinamica è un maggior costo degli appalti pari al 22,6%.
Uno strumento, dunque, che garantisce pingui compensi agli arbitri e vantaggi economici innegabili alle imprese private a discapito della pubblica amministrazione, dunque della comunità.
Tra i prezzolati arbitri troviamo professionisti (avvocati, giudici) altamente specializzati  scelti in una cerchia ristretta di nomi, politici, ex rappresentanti di governo, ex o futuri parlamentari.
Celebre è il caso che ha coinvolto l’attuale Ministro degli Esteri Franco Frattini, che nel primo governo Berlusconi ricopriva l’incarico di Ministro per la funzione pubblica e conservava la precedente nomina a presidente del collegio arbitrale per la controversia tav-cepav due (sull’alta velocità), dimessosi dopo che la vicenda era stata resa nota dalla stampa.
Una domanda sorge spontanea: qual è stato l’atteggiamento e quali i provvedimenti concreti delle diverse forze politiche succedutesi al governo su questa questione?
Ebbene c’è stato un momento nella recente storia politica italiana in cui sembrava si stesse scrivendo la parola fine a tale vicenda: siamo nel 2007, il secondo governo Prodi, su iniziativa dell’allora ministro delle infrastrutture Antonio Di Pietro, inserisce nella legge finanziaria per l’anno 2008 il “divieto alle pubbliche amministrazioni di inserire clausole compromissorie in tutti i contratti aventi a oggetto lavori, forniture e servizi”. Una scelta legislativa coraggiosa quella dell’abolizione tout court della compromettibilità in arbitri delle controversie su appalti pubblici che però non fu immune da critiche: si contestava il fatto che avrebbe determinato lo scoraggiamento di molti investimenti privati e privato le imprese del ricorso al metodo alternativo per la risoluzione delle controversie in antitesi con le tendenze normative correnti a livello europeo.
Tale drastico provvedimento, però, non avrà un gran futuro: dopo averne differito l’efficacia con due “mille proroghe” del 2008 e del 2009, l’attuale governo ha promosso una inversione di marcia rispetto all’abolizione dell’arbitrato tornando ad incentivarne l’uso con il d.lgs.53/2010 per l’attuazione della Direttiva comunitaria 2007/66/CE.
Nonostante i tentativi di razionalizzazione dei compensi degli arbitri, le misure adottate sono state considerate  “un rimedio modesto rispetto ai più gravi inconvenienti che l’istituto dell’arbitrato presenta nell’ambito della contrattualistica pubblica” dall’autorità di vigilanza competente.
Le problematicità dunque rimangono intatte e preoccupanti come ben si evince dalle ultime segnalazioni dell’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, organo collegiale che vigila sul rispetto delle regole che disciplinano la materia dei contratti pubblici.
In attesa di risposte politiche, che si teme non faranno la loro comparsa nel breve periodo, i soliti punti interrogativi continuano a pendere su questa situazione: nell’interesse di chi, questo parlamento continua a consentire, anzi incoraggia tale enorme flusso di denaro pubblico verso arbitri privati e imprese appaltatrici? Come si spiegano le percentuali abnormi di soccombenza della pubblica amministrazione se non con la propensione ormai scontata degli arbitri ad avvantaggiare gli interessi privati contro l’interesse pubblico?
Nonostante ci sia da ritenere che le risposte a queste domande non siano delle più incoraggianti, sarà meglio continuare a porseli certi interrogativi..

Enrico Legnini

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